Luglio 2003 quasi un mese di ferie tra ferrate e sentieri nelle Dolomiti ampezzane.
Per la verità due settimane le ho passate in compagnia con quello sfaticato di mio cugino, per lui esistono solo gli sci e per convincerlo a fare un paio di ferrate ho dovuto “scarrozzarlo” per quasi 1000 Km tra mezza provincia di Belluno e di Trento in cerca di negozi e artigianato locale.
In questo breve tour fotografico immortalo alcuni momenti sulla ferrata “Strobel” del Pomagagnon, che a mio modesto parere è la più bella ferrata che io abbia mai fatto.
Per dovere di cronaca è bene dire che ogni ferrata ha una sua anima: quella panoramica, quella dura, quella tecnica e tante altre che non sto ad elencare; la Strobel è bella, panoramica, vertiginosa e la corsa in discesa lungo il canalone detritico è straordinariamente divertente.
Unica pecca… c’è troppa gente, ma nelle ferrate più belle c’è sempre molta gente.
In questa sequenza di scatti catturati con la mia amata Fujifilm, presento una breve escursione tra i camminamenti delle trincee della grande guerra nel quadro delle dolomiti ampezzane.
Per la precisione il punto focale è nelle cinque torri, l’ultima frontiera faccia faccia con il proprio avversario.
Permettetemi di dire avversario e non nemico, perché i soldati che hanno combattuto tra quelle montagne spesso erano fratelli, cugini e compagni d’infanzia disposti su fronti opposti, fronti scelti con grande sacrificio e disperazione per amor di patria e di famiglia.
Una guerra combattuta senza sapere perché, solo per il dovere, per quel senso di onore di sapore ottocentesco insanguinato da armi moderne.
Una guerra combattuta contro le stesse montagne, cambiandone i rilievi, le cime e le profondità.
Una guerra di mine, di assalti assurdi da ambo le parti, una guerra combattuta soprattutto contro il gelo che ha ucciso indistintamente senza guardare il colore della divisa.
E una guerra parallela, invisibile e silente che per le condizioni igieniche disastrose delle truppe ha permesso il diffondersi della Spagnola.
Più che la grande guerra dovrebbe essere chiamata la sporca guerra, quella fatta di gas, di Shrapnel, e di ordini assurdi nel nome di chissà quale ideologia; ideologia che mi fa pensare ai kamikaze:
Lettera del sottotenente Alberto Verdinois 82° fanteria
Medaglia d’oro al Valor Militare, caduto eroicamente sulla Sella del Sief, Settsass il 28 ottobre 1915
Cara madre,
La fede nella vittoria finale delle nostre armi è grandissima nei soldati e negli ufficiali, perché siamo certi di essere ben guidati e bene organizzati; siamo certi di essere forti.
Ma è anche certo che le vittorie non si acquistano se non a caro prezzo.
Conosco il mio temperamento facile ad esaltarsi, ad entusiasmarsi.
Chi sa che non sia io una vittima fra le tante che ne farà la guerra? E se così fosse, perché rattristarsi? Perché disperarsi? Ah no, cara madre! Se ti accadrà di leggere fra le colonne di un giornale, o fra le liste funebri che tuo figlio Alberto è morto combattendo, no, non piangere; pensa che era quello il suo dovere di cittadino e di soldato; pensa che quella è la morte degna di ogni italiano; pensa che tuo figlio è felice perché, in un sublime momento di attaccamento al dovere ed alla Patria, ha saputo sugellare con la morte sul campo di battaglia la sua giovane vita.
Alberto
Lettera del sottotenente Alberto Verdinois 82° fanteria.
Medaglia d’oro al Valor Militare, caduto eroicamente sulla Sella del Sief, Settsass il 28 ottobre 1915
Cara madre,
La fede nella vittoria finale delle nostre armi è grandissima nei soldati e negli ufficiali, perché siamo certi di essere ben guidati e bene organizzati; siamo certi di essere forti.
Ma è anche certo che le vittorie non si acquistano se non a caro prezzo.
Conosco il mio temperamento facile ad esaltarsi, ad entusiasmarsi.
Chi sa che non sia io una vittima fra le tante che ne farà la guerra? E se così fosse, perché rattristarsi? Perché disperarsi? Ah no, cara madre! Se ti accadrà di leggere fra le colonne di un giornale, o fra le liste funebri che tuo figlio Alberto è morto combattendo, no, non piangere; pensa che era quello il suo dovere di cittadino e di soldato; pensa che quella è la morte degna di ogni italiano; pensa che tuo figlio è felice perché, in un sublime momento di attaccamento al dovere ed alla Patria, ha saputo sugellare con la morte sul campo di battaglia la sua giovane vita.
Su SlideShare ho travato queste diapositive, che reputo carine.
Devo confessare che in rete il materiale a disposizione è tanto, ma purtroppo fatto male.
Per intenderci, fatto male… nel senso che in una singola Slide viene concentrato una marea di informazioni che rendono l’immagine illeggibile, pertanto inutile.
Certo sono documenti realizzati da chi vuole esprimere qualcosa ma non conosce le tecniche di base di una presentazione.
Occorre anche giustificare questi piccoli errori perché il mezzo di fruizione è uno schermo di un computer e quindi chi lo guarda è incollato con il naso al display; contrariamente se fossero presentate ad una platea attraverso un grande schermo, i problemi si farebbero sentire dall’ultima fila.
Forse non ci saranno verdure lanciate al presentatore e/o commentatore così come avveniva in passato nei teatri ma di sicuro voleranno improperi.
Lungi da me dire come si fa, magari con delle slide, contribuendo così a mantenere l’ignoranza delle folle.
E’ solo un vecchio ricordo di cosa sono le vacanze, due settimane di pura tranquillità, con il sudore sulla fronte e la borraccia perennemente a secco.
Vecchio ricordo perché il lavoro e gli impegni familiari, mi tengono lontano da quelle montagne da ormai due anni.
Le sogno di notte e di giorno e, non manca mai chi me lo ricorda, vuoi per una battuta tanto per dire o… per infierire.
Di ferrate ne ho fatte molte e quasi tutte in solitaria, non amo avere rompiscatole che sfasano i miei ritmi.
Il giusto passo, la sosta per una foto, lo spuntino, sono tutti rituali sacri che mi hanno accompagnato gradualmente nella mia crescita di montanaro provetto.
Il vento e i corvi sono i miei migliori compagni di viaggio. Ovviamente non disdegno di passare alcuni momenti insieme ad altri escursionisti lungo il tragitto: la cortesia è sempre gradita e il viaggio diventa più sereno.
Il pericolo è sempre presente e non si deve mai dimenticare che la montagna non perdona, la regola dice che quando sei sicuro di te stesso, troppo sicuro, allora puoi star certo che è la volta buona per lasciarci le penne. L’esperienza aiuta ma il buon senso deve sempre venire prima.
Per chi si avvicina alle ferrate per la prima volta, consiglio di capire bene quali sono i propri limiti, sia fisici che mentali. Fisici perché ci si può trovare sotto un improvviso temporale e occorre subito mettersi al riparo o perlomeno allontanarsi dalla via ferrata che diventa un buon parafulmine, mentali perché quando ci si trova appesi ad una parete con sotto mezzo chilometro di vuoto non si deve entrare nel panico.
Di situazioni simili ne ho viste e sentite raccontare da chi le ha vissute e, credetemi non sono belle esperienze.