In questa sequenza di scatti catturati con la mia amata Fujifilm, presento una breve escursione tra i camminamenti delle trincee della grande guerra nel quadro delle dolomiti ampezzane.
Per la precisione il punto focale è nelle cinque torri, l’ultima frontiera faccia faccia con il proprio avversario.
Permettetemi di dire avversario e non nemico, perché i soldati che hanno combattuto tra quelle montagne spesso erano fratelli, cugini e compagni d’infanzia disposti su fronti opposti, fronti scelti con grande sacrificio e disperazione per amor di patria e di famiglia.
Una guerra combattuta senza sapere perché, solo per il dovere, per quel senso di onore di sapore ottocentesco insanguinato da armi moderne.
Una guerra combattuta contro le stesse montagne, cambiandone i rilievi, le cime e le profondità.
Una guerra di mine, di assalti assurdi da ambo le parti, una guerra combattuta soprattutto contro il gelo che ha ucciso indistintamente senza guardare il colore della divisa.
E una guerra parallela, invisibile e silente che per le condizioni igieniche disastrose delle truppe ha permesso il diffondersi della Spagnola.
Più che la grande guerra dovrebbe essere chiamata la sporca guerra, quella fatta di gas, di Shrapnel, e di ordini assurdi nel nome di chissà quale ideologia; ideologia che mi fa pensare ai kamikaze:
Lettera del sottotenente Alberto Verdinois 82° fanteria
Medaglia d’oro al Valor Militare, caduto eroicamente sulla Sella del Sief, Settsass il 28 ottobre 1915
Cara madre,
La fede nella vittoria finale delle nostre armi è grandissima nei soldati e negli ufficiali, perché siamo certi di essere ben guidati e bene organizzati; siamo certi di essere forti.
Ma è anche certo che le vittorie non si acquistano se non a caro prezzo.
Conosco il mio temperamento facile ad esaltarsi, ad entusiasmarsi.
Chi sa che non sia io una vittima fra le tante che ne farà la guerra? E se così fosse, perché rattristarsi? Perché disperarsi? Ah no, cara madre! Se ti accadrà di leggere fra le colonne di un giornale, o fra le liste funebri che tuo figlio Alberto è morto combattendo, no, non piangere; pensa che era quello il suo dovere di cittadino e di soldato; pensa che quella è la morte degna di ogni italiano; pensa che tuo figlio è felice perché, in un sublime momento di attaccamento al dovere ed alla Patria, ha saputo sugellare con la morte sul campo di battaglia la sua giovane vita.
Alberto
Lettera del sottotenente Alberto Verdinois 82° fanteria.
Medaglia d’oro al Valor Militare, caduto eroicamente sulla Sella del Sief, Settsass il 28 ottobre 1915
Cara madre,
La fede nella vittoria finale delle nostre armi è grandissima nei soldati e negli ufficiali, perché siamo certi di essere ben guidati e bene organizzati; siamo certi di essere forti.
Ma è anche certo che le vittorie non si acquistano se non a caro prezzo.
Conosco il mio temperamento facile ad esaltarsi, ad entusiasmarsi.
Chi sa che non sia io una vittima fra le tante che ne farà la guerra? E se così fosse, perché rattristarsi? Perché disperarsi? Ah no, cara madre! Se ti accadrà di leggere fra le colonne di un giornale, o fra le liste funebri che tuo figlio Alberto è morto combattendo, no, non piangere; pensa che era quello il suo dovere di cittadino e di soldato; pensa che quella è la morte degna di ogni italiano; pensa che tuo figlio è felice perché, in un sublime momento di attaccamento al dovere ed alla Patria, ha saputo sugellare con la morte sul campo di battaglia la sua giovane vita.
Alberto